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Una visione psicologica introduttiva

La psicologia condivide con la medicina, in particolare con la psichiatria, la tendenza a adottare termini con significati immediatamente noti anche ai non professionisti, dando poi agli stessi termini delle interpretazioni specialistiche che talvolta ne rendono l’utilizzo abbastanza artificioso[1].

Per questo l'articolo è dedicato prevalentemente ai colleghi psicologi e psicoterapeuti o a chi sia disponibile ad affrontare culturalmente il tema in maniera scientificamente ortodossa, seppur semplificata.

1. Cos’è “l’umore”

Il termine oggi viene utilizzato nel linguaggio comune per indicare una disposizione d’animo o un atteggiamento interiore ma può essere interessante ricordare come quest’impostazione derivi ancora dall’antica teoria di Galeno[2] che ipotizzava quanto il temperamento (inteso come l’insieme delle caratteristiche specifiche d’una persona) potesse dipendere da un miscuglio d’umori. Proponeva conseguentemente quattro temperamenti: collerico, sanguigno, flemmatico e melanconico. La sua speculazione si basava sull’impostazione ippocratica[3] dei quattro umori fondamentali: sangue dal cuore, flemma dal cervello, bile bianca dal fegato, bile nera dalla milza[4].

Oggi, il livello d’approfondimento sia medico che psicologico impone delle declinazioni più precise, almeno del punto di vista diagnostico.

Per comprendere il significato del concetto “umore” è utile partire da alcune constatazioni di base. In medicina e in psicologia, l’umore è inteso come lo stato emozionale interno d’un individuo, ossia l’insieme delle disposizioni affettive e istintive che determinano il tono prevalente dell’attività psichica. Questo stato, peraltro caratterizzato da dinamismo, è in grado di condizionare la qualità e l’intensità dei vissuti dell’individuo, come anche le funzioni cognitive, comportamentali e volitive[5].

Deve essere sempre ricordato che l’umore d’un soggetto, anche in condizioni di sufficiente benessere complessivo (soddisfazione soggettiva e qualità della vita[6]), presenta delle oscillazioni fisiologiche che dipendono da parametri psicobiologici, da stimoli provenienti dal mondo esterno o da contenuti del mondo interno.

Il tono dell’umore presenta ovviamente variazioni sia quantitative, sia qualitative. Non è possibile trattare il concetto d’umore senza ricordare che è strettamente collegato a quello di “emozioni”, le quali, in psicologia, vengono descritte secondo tre focalizzazioni: quella soggettiva, quella comportamentale e quella fisiologica. Deve essere questo punto evidenziato che mentre la terza focalizzazione permette delle misurazioni oggettive, le prime due richiedono il contributo attribuzionale da parte del soggetto al centro delle riflessioni.

2. Cosa sono i “disturbi dell’umore”?

Sono delle alterazioni del tono affettivo e del comportamento interpretabili come una risposta esagerata alle emozioni che si affrontano quotidianamente[7].

In ambito psicologico clinico, ossia quello dedicato non solo all’osservazione dei fenomeni ma soprattutto al loro trattamento in chiave terapeutica, il termine umore è spesso alternato o sostituito con quello di “Timia”. In questo caso viene maggiormente dato l’accento allo stato globale dell’umore, soprattutto in chiave psicopatologica, esplorandolo e valutandolo secondo una bipolarità che scorre dalla timia depressa (definita anche depressione dolorosa) all’agitazione maniacale (euforia espansiva)[8].

In altri termini, nel momento in cui le condizioni d’una persona si presentano rilevantemente alterate si può presentare delle deflessioni (come nelle condizioni depressive) o delle esaltazioni (come nella mania e nell’ipomania).

A livello di primo inquadramento diagnostico sono distinti gli “episodi d’alterazione dell’umore” (Episodio Depressivo Maggiore, Episodio Maniacale, Episodio Misto ed Episodio Ipomaniacale), dai “disturbi dell’umore” (Disturbi Depressivi, Disturbi Bipolari, Disturbo dell’Umore Dovuto a Condizione Medica Generale e Disturbo dell’Umore Indotto da Sostanze)[9].

3. Epidemiologia dei disturbi dell’umore

I disturbi dell’umore possono assumere forme molteplici e, considerando la presenza di rilevanti fattori endogeni e una mancanza di serie storiche incisive, un’analisi epidemiologica ortodossa è difficile

Sono però evidenziabili alcune informazioni chiave. La depressione è uno dei più comuni disturbi psichici (circa 10% della popolazione adulta ha sofferto d’uno o più episodi di depressione maggiore nel corso della vita). Numerosi studi segnalano quanto il rischio di malattia sia più elevato nei familiari di pazienti depressi (1,5-3 volte in più). La distribuzione nei due sessi è condizionata dall’età: negli adulti e negli adolescenti il rapporto maschi:femmine è di 1:2; nei bambini il rapporto maschi:femmine è di 2:1

Se si considera il momento dell’esordio dei disturbi si nota che circa il 50% dei pazienti manifesta un disturbo depressivo prima di 40 anni, senza un definito disturbo di personalità premorboso.

4. Eziologia dei disturbi dell’umore

L’eziologia è una branca disciplinare che cerca di costruire modelli circa i fattori che causano la formazione d’una malattia.

La ricerca medica, superando la visione psichiatrica classica, ha per ora evidenziato almeno tre aree di riflessione:

VISIONE MEDICO-BIOLOGICA

Genetica

Per una parte dei disturbi sembra esserci una base genetica: il rischio di malattia è più elevato  nei famigliari di pazienti depressi.

A fronte di marcata complessità ed eterogeneità del fenomeno, si afferma che la componente genetica non è dunque da ritenersi determinante.

Sistema neuroendocrino

Sono stati documentati:

-          Iperattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene

-          Ipoattività dell’asse ipotalamo-ipofisi-tiroide

-          Ipoattività dell’asse ipotalamo-ipofisi

Sistema immunitario

In psiconeuroendocrinoimmunologia, secondo il modello olistico, si evidenzia l’esistenza di rapporti fra vita emotiva, sistemi neurotrasmettitoriali, sistema endocrino e immunità.

Nei pazienti depressi è accertata la diminuzione dell’efficacia della risposta immunitaria.

Questi richiami confermano le relazioni corpo/mente ma non sono sufficientemente declinate dal punto di vista psicologico.

Questo secondo campo di studio ha evidenziato che allo stato attuale è irrealistico cercare di isolare un singolo tratto o singolo gruppo di tratti di personalità predisponenti. Altrettanto improponibile è anche l’evidenziare un unico meccanismo psicologico esplicativo.

Di certo è osservabile una ricca variètà di fattori psicologici che possono essere identificati come alla base dei disturbi dell’umore. In particolare, da qualche tempo si è evidenziato com’esistano alcuni tratti definibili come “Personalità premorbosa” in correlazione potenziale  con il disturbo depressivo. Questa condizione è caratterizzata da:

-         tendenza ossessiva, perfezionismo

-         ambizione e tendenza a vivere la realtà competitivamente in modo quasi compulsivo

-         tratti di personalità dipendente e alla ricerca continua d’approvazione sociale, gratificazioni esterne, conferme

-         personalità orale

-         personalità istrionica

-         bassi livelli di autostima e tendenza all’autocritica

Esistono poi delle visioni psicologiche specifiche, direttamente derivate dalla pratica psicoterapeutica e socioriabilitativa:

VISIONE PSICOLOGICO CLINICA

Teoria psicodinamica

Sono ipotizzate delle analogie tra lutto e depressione (Abraham e Freud)

Vissuti di perdita (sia concrete che simboliche) e di colpa possono facilitare esperienze depressive

Prospettiva sistemico relazionale

Meccanismi equilibratori di tipo micro e macrosociale possono influenzare la regolazione affettiva e quindi umorale

Spesso il soggetto depresso viene portato dalle dinamiche familiari ad assumere ruoli di vittima sacrificale e di capro espiatorio.

Approccio psicosociale

La relazione madre/bambino è riconosciuta come fondamentale per lo sviluppo di un senso di sicurezza e fiducia, propedeutico ad un orientamento positivo nei confronti delle esperienze di vita.

In una logica multidimensionale è certo :

-        il ruolo degli eventi stressanti recenti sull’insorgenza della depressione (eventi che ruotano intorno all’esperienza della perdita: morte del coniuge, separazione, divorzio)

-       l’effetto potenzialmente ricostruttivo dei fresh start events, eventi molto positivi ed imprevisti che riaccendono l’interesse per il futuro, incidendo in modo rapido verso una risoluzione della condizione depressiva.

Al termine di questa breve carrellata dovrebbe apparire evidente quanto, pur in presenza d’ipotesi eziologiche ben strutturate, la ricerca scientifica deve ancora riuscire a comporre un quadro unitario sufficientemente completo.

5.Informazioni di base su diagnosi, prognosi e terapie

5.1. Diagnosi e prognosi

La diagnosi medica è di solito irrinunciabile, anche allo scopo di escludere con certezza la presenza d’una depressione secondaria legata a cause biologiche.

La diagnosi psicologica può basarsi sul colloquio clinico come anche sull’utilizzo di scale questionari e test proiettivi,

Difficile semplificare i decorsi. In maniera del tutto indicativa è possibile segnalare che normalmente un episodio di depressione senza trattamento dura dai 6 ai 13 mesi, trattato dura 3 mesi. Se la terapia è interrotta prima dei 3 mesi spesso riprendono i sintomi depressivi.

In molte situazioni, anche supportate da trattamenti clinici, è elevata la possibilità di ricadute dopo un primo episodio, anche con progressiva riduzione degli intervalli liberi. Il consumo d’alcool e di droghe è possibile fattore di rischio circa la ricorrenza di successivi episodi depressivi.

Sono frequenti le complicanze, talvolta anche con rischio suicidario (soprattutto in compresenza di attacchi di panico, uso di sostanze, e di sintomi quali deliri, allucinazioni, insonnia, elevati livelli di ansia).

Non deve poi essere dimenticato che il quadro clinico può assumere almeno quattro decise specificità in base al ciclo di vita del soggetto: bambino, adolescente, adulto, anziano.

5.2.Terapie

La terapia dei disturbi deve discendere da una prima analisi della rilevanza del fenomeno, anche dal punto di vista dell’adattamento sociale. Un approfondimento medico può evidenziare come utili trattamenti basati sulla farmacologia antidepressiva (antidepressivi triciclici o atipici, stabilizzanti dell’umore)

Dal punto di vista dell’intervento psicologico, il counseling può essere opportuno nelle situazioni meno gravi, ma nella maggioranza delle situazioni può essere necessario un orientamento di tipo psicoterapeutico, spesso combinato con un trattamento farmacologico.

Non è disponibile uno studio comparato decisivo sull’efficacia dei diversi interventi psicoterapeutici. Gli approcci che maggiormente rivendicano specificità nell’ambito di questi interventi sono soprattutto la terapia cognitivo-comportamentale, quella psicodinamica breve e quella interpersonale. Altre voci richiamano l’utilità d’un intervento integrato che consideri in maniera globale i sette livelli: fisiologico, emozionale, nominativo, normativo, razionale, teorico, transpersonale[10].

Alessandro Reati

 

BIBLIOGRAFIA INTRODUTTIVA MINIMA

AA.VV.   ICD –10   Masson, Milano, 1998

AA.VV.   DSM –IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.   Masson, Milano, 2000.

AA.VV.   Medicina e salute.   Milano, Motta, 2004.

Ba G. (a cura di)   Metodologia della riabilitazione  psicosociale.   Milano, F.Angeli, 1994.

Clarkson P. (1995)   La relazione psicoterapeutica integrata.   Roma, Sovera, 1997.

Doron R., Parot F., Del Miglio C. (1988)   Nuovo Dizionario di Psicologia.   Roma, Borla, 2001.

Gregory L.R. (1987)   Enciclopedia Oxford della Mente.   Firenze, Sansoni, 1991.

Majani G., Callegari S.   SAT-P Satisfaction Profile.    Trento, Erickson, 1998

Pieron H. (1964)   Dizionario di psicologia.   Firenze, Nuova Italia, 1973.

Trombini G. (a cura di)   Introduzione alla clinica psicologica.   Bologna, Zanichelli, 199
Note

[1] Cfr  Gregory L.R. (1987)   Enciclopedia Oxford della Mente.   Firenze, Sansoni, 1991.

[2] Medico greco del II secolo d.C..

[3] Ippocrate era un medico greco vissuto tra il IV e il III secolo a.C. E’ costruttivo ricordare come secondo questo studioso, uomo e creato sono una sola cosa in due differenti aspetti, sottoposti alla legge dell’armonia. Secondo questa visione anche corpo e spirito sono nell’uomo unità inscindibile e proprio per questo la malattia non va mai vista come manifestazione locale bensì come fenomeno complessivo.

[4] AA.VV.   Medicina e salute.   Milano, Motta, 2004.

[5] Cfr  Arnold W., Eysenck H.J., Meili R. (a cura di – 1980)   Dizionario di Psicologia.   Milano, Edizioni San Paolo, 1986.

[6] Cfr   Majani G., Callegari S.   SAT-P Satisfaction Profile.    Trento, Erickson, 1998

[7] Op. Cit. AA.VV.

[8] Doron R., Parot F., Del Miglio C. (1988)   Nuovo Dizionario di Psicologia.   Roma, Borla, 2001.

[9] AA.VV.   DSM –IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.   Masson, Milano, 2000.

[10] Cfr Clarkson P. (1995)   La relazione psicoterapeutica integrata.   Roma, Sovera, 1997.

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